Ci sono alcuni blog dove la vita sembra
fatta di marzapane e marshmallows.
Che invidia mi fanno. Mi fanno invidia,
anche se so benissimo che è tutta un’illusione, che è tutta roba finta. A volte
è bello, nonostante l’invidia (positiva, eh!), mettersi questi occhialoni rosa
e guardare il mondo con le lenti graduate al lecca lecca.
E poi mi tira su di morale, soprattutto in
giornate come questa. Giornate che iniziano con il botto, giornate sul genere “nononcelapossopropriofare”.
Mattinate che ti mettono di spietatamente di fronte al lato oscuro della tua
vita da mamma. Son cose belle.
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immagine presa da internet |
“ah” dico io. E mi alzo.
“Vuole latte” dice il più piccolo dei tre.
Va bene. Vado in cucina, prendo il latte e glielo porto.
“Vuole papà mamma” che in lingua bebitica
significa “voglio venire nel vostro letto”.
Va bene. Lo prendo in braccio, mi trascino
fino alla nostra camera, lo adagio in mezzo al letto.
Mi si arrotola addosso come un gattino e
poi sembra addormentarsi. Che tenero, penso io, e mi rimetto a dormire.
Ore 6.00
“Vuole secca” che in lingua bebitica vuole
dire “voglio la frutta secca”.
No, non va bene. Voglio dire, ma come ti
viene in mente di voler mangiare frutta secca alle sei del mattino? Ma perché?
“No, amore, non vedi che è ancora notte? Non
è un buon momento per mangiare frutta secca”.
“Nooooooooooooooo! Vuole seccaaaaaa”
“Amore mio, tutto il palazzo sta ancora
dormendo, tuo padre sta dormendo, io gradirei dormire ancora giusto quell’oretta
di grazia. Ti prego, la frutta secca te la do dopo”.
“Mmm” sembra convincersi. Si adagia sul
cuscino, chiude gli occhietti. E’ fatta, penso io, e mi tiro il piumone fin
sopra le orecchie.
E così proprio mentre stai per cadere nel
migliore dei sonni…
“Mammaaaaaaa" dimmi amore mio "vuole secca".
“No, amore la frutta secca non te la do! E
che caspita, sono le sei del mattino, ti prego!”
Nel frattempo mio marito finge di dormire.
Il bebito inizia a tirare calci, a tentare
di graffiarmi e tirarmi i capelli. A questo punto sono incazzata come una iena.
Son le sei e dieci e già sono incazzata.
“Fai come ti pare, io me vado a dormire
sul divano!”.
Mi alzo a velocità supersonica, mi tiro a
dietro il cuscino e vado sul divano. La sveglia suonerà alle sette, non mi farai
perdere questi preziosissimi 45 minuti di sonno.
Arrivata sul divano, mi accomodo sotto la
copertina di lana. Le speranze di dormire son poche, ma si sa che son sempre le
ultime a morire.
“Mammmaaaaaa! Dov’è mammaaa” grida il
bebito, mentre sento i suoi passettini veloci sul parquet.
Ed eccolo che arriva, salta sul divano e
mi si accoccola a fianco.
“Puoi stare qui, basta che dormi”.
“Mmm” dice lui
“ Vuole secca”
E a questo punto cedo. Non so se sia
giusto o sbagliato. So che sono le sei e un quarto e ho sonno.
“Basta, ho capito! Mi alzo e te la do
questa caspita di frutta secca!”
Lui saltella allegro verso la cucina, io, oramai,
preparo la colazione.
Il papà si alza, prendiamo il caffè,
facciam due chiacchiere, si prepara si veste, esce per andare al lavoro.
“Bene” dico al bebito che sta serenamente
mangiando uva passa “ adesso ci prepariamo per andare all’asilo”. Tutto sembra
tranquillo.
Cambio pannolino, vestizione completa, preparazione
zainetto, lavaggio denti. Tutto sotto controllo.
“Vuole TV, poca eh!”
Vada per i cartoni, così almeno mi faccio
una doccia in pace.
Mi lavo, mi vesto, mi trucco. Son pronta.
“Amore, adesso basta TV, mettiamo i
Regenhosen e andiamo”
I Regenhosen sono un accessorio
indispensabile per l’asilo nel bosco, senza Regenhosen non si può fare. Di
solito sono accompagnati dalla Regenjacke.
“No, mamma! Non piove”
“Ha piovuto tutta la notte, amore mio, il
bosco è tutto bagnato. Bisogna mettere i Regenhosen”.
“No, no, no!”
“Si, si, si!”
E parto con tutta la filippica del perché
bisogna andare all’asilo, perché bisogna mettersi i Regenhosen e la Regenjacke,
anche se non piove. La butto sul gioco educativo “dai, mettiamo i pantaloni al
contrario, che ridere!” oppure “ohhhhh! Allora me li metto io?”. E via di
animazione.
“Noooooooo, noooo e noooooo” e inizia a
correre per casa
E io inizio a rincorrerlo. Lo acchiappo,
tento di infilargli i pantaloni. Lui sguscia, si dimena, scalcia. Io inizio a
guardare l’orologio. Sai com’è…ho anche un lavoro e un cartellino da timbrare.
A questo punto lui non vuole più andare
all’asilo, non vuole più mettersi i pantaloni, non vuole più. Tenta di nascondersi dietro alle tende. Senza
successo, ovviamente.
Così partono tutte quelle assurdità che
ogni genitore dice, ben sapendo che è la cosa più diseducativa e poco
funzionale del mondo. Cose tipo “vabbé, io adesso me ne vado e ti lascio qui in
casa da solo” (ah, ah, ah, come no!). Oppure “se non la smetti di fare così
niente più frutta secca” (si, bé certo ci crediamo).
Niente sembra funzionare. Niente di
niente. Nemmeno la mia finta dipartita giù per le scale. Niente.
E allora si ricomincia la corsa: lui
scappa in camera sua, io lo inseguo. Cedo di nuovo: va bene non mettiamo i
Regenhosen, ma adesso andiamo che la mamma deve andare al lavoro.
“No, non vuole” e scappa.
E allora sbrocco. E urlo come una pazza
isterica cose tipo “adesso-mi-sono-rotta-andiamo-all’asilo-e-basta”. E grido
così forte che poi mi gratta la gola e mi viene anche un po’ da piangere.
Lui non molla.
L’unica cosa che lo convince (tra le
lacrime, le urla e pianti) è la minaccia di non portarlo a mangiare da una
coppia di nostri amici (coppia di amici che lui adora e cena, per altro, già
organizzata da un po’…mi vedo bene a chiamare per dire “hei, guarda stasera non
veniamo. No, è che non voleva mettersi i pantaloni”).
Per lui questa è una minaccia estrema,
tant’è che a che si fa mettere anche i Regenhosen.
Da casa mia all’asilo ci sono dieci minuti
a piedi. Giunti al bosco bisogna percorrere una scalinata di legno. Tra le
foglie cadute, i gradini bagnati e la mia aria sconvolta, scivolo. Il bebito
riesce a reggersi, io finisco con il ginocchio per terra. Niente di grave,
andiamo avanti che devo andare al lavoro.
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immagine presa da internet |
Risalgo la scalinata. A metà mi devo
fermare a riprendere fiato. Ce la posso
fare, se ci do dentro non arrivo nemmeno in ritardo.
Vado al parcheggio delle bici, inforco il bolide
e parto verso l’ufficio. Sono dieci minuti di bici, tutti in salita. Ma, lo
sport fa bene. Eh!
A metà della salita, e quando mi rendo conto
che più agile di così non si può andare, mi viene un po’ di sconforto. Avrei
voglia di girare la bici e correre in discesa, con il vento tra i capelli, senza
meta. Avrei voglia di non fare tutta questa fatica.
Avrei voglia di essere una madre migliore,
una persona migliore, una che sa sempre cosa fare o cosa dire. Avrei voglia di
non farmi assalire da tutta questa malinconia.
Avrei voglia di un paio di rapporti ancora
più agili, su questa caspita di biciletta. Solo che non funziona così. Ti devi
arrangiare con la bici che hai.
E allora pedalo, che la salita è ancora
lunga. Stringo i denti e vado avanti. E penso che senza salita, non ci
sarebbero né la discesa, né la pianura. E che tutto sarebbe un gran piattume.
E che la malinconia fa parte della vita.
E che la malinconia fa parte della vita.
E che la storia di essere felici sempre, è
una cazzata inventata nei nostri tempi.
E che alla fine ho solo dieci minuti di
ritardo.