Il bebito ha un anno.
Un anno, ci pensate? E’ passato già un anno! Cioè io-ho-un-bambino-di un anno. Un anno!
Occhei adesso smetto.
Il bebito, comunque, ha festeggiato il suo primo compleanno. Ed ha un anno.
L’idea era quella di festeggiare, sotto un gazebo rosso, con le bandierine, lo sciroppo alla frutta, i bambini dei vicini, le canzoncine e tutto il companatico.
Dovevamo essere una trentina di persone: i nonni, gli zii, gli amici, i vicini di casa, gli altri amici con i bambini, i vicini di prima e ancora gli amici.
Poi è successo che mio padre ha avuto un malore (niente di grave, eh!) e ha pensato bene di non venire, a mia zia è uscito un ascesso in bocca grosso così, che si è svegliata la mattina e sembrava Shrek, una mia amica è dovuta partire per un’emergenza e ….il bebito si è ammalato (di nuovo). Il tutto costellato dalla pioggia e dai, circa, sette gradi di temperatura esterna.
Abbiamo così deciso di invitare solo gli “aficionados” e di festeggiare tra le nostre quattro mura, pur avendo il bebito malatino (e il nonno paterno con il mal di pancia.).
Della serie: a noi la sfiga ci fa una pippa. Noi festeggiamo lo stesso. Tié!
Poi è andata a finire con la TV accesa sulla Formula 1 e gli amici tutti partiti alle tre. Me l’immaginavo un po’diversa, ma vabbé.
Il bebito ha ricevuto moltissimi regali, di tutti i generi e tipi. E questo è stato per noi un ottimo spunto di riflessione.
Ci siamo chiesti: come possiamo difendere il nostro bambino dal consumismo? E poi, lo si può veramente difendere? voglio dire, è veramente possibile difendersi dal consumismo?
Ora, voi starete pensando che io sia un po’ svalvolata a pormi delle domande del genere poco dopo il compleanno di mio figlio. E un po’ lo sono, lo ammetto. E poi stanotte è stata un'altra nottata alla Guantanamo Bay, ovvero mezz’ora di sonno e un’ora di sveglia, mezz’ora di sonno e un’ora di sveglia, mezz’ora di sonno e un’ora di sveglia. Potrei andare avanti. Ma non lo faccio.
Quindi può darsi che io non sia propriamente lucida.
mercoledì 29 maggio 2013
mercoledì 22 maggio 2013
Zucchini si diventa
Io sono nata e cresciuta in Ticino, ho
vissuto tanti anni in Italia, ho due passaporti e mi sento un po' di
qua e un po' di là da ormai tutta la vita. C'è da dire che mai mi
sarei aspettata di venire a vivere qui, al nord delle Alpi, nella
terra degli svizzero tedeschi. E mai mi sarei immaginata di farci
nascere pure un bambino (e vabbé, diciamo che sono stati i casi
della vita a spingerci fino a qui e noi non ci siamo opposti. Giusto
per chiarire le cose).
Sta di fatto che, nonostante io viva
nel paese dove sono nata, mi senta di fatto un'espatriata, una specie
di straniera in patria. Perché? Perché per ricostruire qui la mia
quotidianità ho dovuto fare un bel percorso di adattamento e
integrazione...e perché qui al nord delle Alpi ci sono alcune cose
che sono un tantinello diverse rispetto al sud (a partire dalla
lingua, naturalmente).
mercoledì 15 maggio 2013
Anche l'occhio vuole la sua parte
Ora, non è che io sia una fissata con l’estetica. Mettiamo le cose in chiaro.
Però anche l’occhio vuole la sua parte.
Care amiche e amici della Leche league, io vi stimo veramente tanto. Il vostro manuale “l’arte dell’allattamento materno” è stato per me una vera è propria bibbia (tant’è che ce l’ho sia in italiano che tedesco..anche se il secondo l’ho trovato per strada “gratis zum mitnehmen”). Sono iscritta alla vostra pagina facebook nella quale pubblicate spesso informazioni molto interessanti. Mi sono anche fatta socia, con tanto di quota da sostenitrice. Conosco diverse persone che hanno preso contatto con una delle vostre consulenti per l'allattamento e sono state concretamente soddisfatte.
Una cosa, però, ve la devo dire.
La grafica dei vostri libri è agghiacciante. Gli invii cartacei che fate ai soci non ci risparmiano di caratteri ridicoli tipo “cominc sans” o di foto in bianco e nero fotocopiate (male). La foto della vostra pagina facebook è inquietante (nello specifico una tetta turgidona e tatuata con annesso un bimbo con bocca spalancata, protratto in avanti).
Cioè ad esempio, parliamo proprio “dell’arte dell’allattamento materno”. Dai, diciamo le cose come stanno, già la copertina basterebbe.
Ma non sapete cosa c’è dentro! Foto vintage, di simpatiche mamme very 80s, cotonate e in vestaglia. Padri pelosi e baffuti che stringono al petto pargoletti. Testimonianze di mamme scritte con qualche altro carattere assurdo. Il titolo poi sembra fatto con il “wordart”.
Detto così può sembrare simpatico, però io un libro così non l’avrei mai comprato (è che me l’hanno consigliato, e meno male). Che ne dite, anni a lavorare nella comunicazione mi hanno traviata?
So bene che la sostanza è più importante dell’apparenza eccetera eccetera. Però un bel libro merita anche una bella impaginazione, una bella copertina e magari delle belle foto (ne basterebbero anche molte meno, care amici e amiche della Leche league). Qui la grafica sembra fatta “dall’amico mio che sa usare il computer “ e le foto “da quell’altro amico mio che c’ha la macchina fotografica bella e la moglie che allatta i figli in tandem”. Per intenderci.
Se poi vi capitasse di sfogliare “genitori di giorno e di notte” di William Sears (altro libro che in realtà consiglio) tenetevi forte.
Un giorno ho mostrato entusiasta i due libri ad un’amica. Lei mi ha fatto gentilmente notare che il mensile “La torre di guardia” dei Testimoni di Geova è graficamente molto più accattivante. Questo me l’ha detto dopo aver esclamato “ma che roba è?”.
Quindi cari amici della Leche league, forse effettivamente sono io che esagero. Lo so che i costi di queste cose sono sempre molto alti e che ci sono cose ben più urgenti nelle quali investire i soldi. Però, dai, pensateci su. Al massimo fate qualcosa di neutro. Ce l’avrete un amico che sa usare bene il computer, no?
P.s. Questo post è nato dopo aver ricevuto l’ultima corrispondenza da parte della Leche league
P.s 2 Appena ho finito di scrivere questo post mi hanno suonato alla porta. Era Oronzo, che in un perfetto italiano, volevo parlarmi della Bibbia. Non scherzo. Nemmeno sul fatto che si chiamasse Oronzo.
Però anche l’occhio vuole la sua parte.
Care amiche e amici della Leche league, io vi stimo veramente tanto. Il vostro manuale “l’arte dell’allattamento materno” è stato per me una vera è propria bibbia (tant’è che ce l’ho sia in italiano che tedesco..anche se il secondo l’ho trovato per strada “gratis zum mitnehmen”). Sono iscritta alla vostra pagina facebook nella quale pubblicate spesso informazioni molto interessanti. Mi sono anche fatta socia, con tanto di quota da sostenitrice. Conosco diverse persone che hanno preso contatto con una delle vostre consulenti per l'allattamento e sono state concretamente soddisfatte.
Una cosa, però, ve la devo dire.
La grafica dei vostri libri è agghiacciante. Gli invii cartacei che fate ai soci non ci risparmiano di caratteri ridicoli tipo “cominc sans” o di foto in bianco e nero fotocopiate (male). La foto della vostra pagina facebook è inquietante (nello specifico una tetta turgidona e tatuata con annesso un bimbo con bocca spalancata, protratto in avanti).
Cioè ad esempio, parliamo proprio “dell’arte dell’allattamento materno”. Dai, diciamo le cose come stanno, già la copertina basterebbe.
Ma non sapete cosa c’è dentro! Foto vintage, di simpatiche mamme very 80s, cotonate e in vestaglia. Padri pelosi e baffuti che stringono al petto pargoletti. Testimonianze di mamme scritte con qualche altro carattere assurdo. Il titolo poi sembra fatto con il “wordart”.
Detto così può sembrare simpatico, però io un libro così non l’avrei mai comprato (è che me l’hanno consigliato, e meno male). Che ne dite, anni a lavorare nella comunicazione mi hanno traviata?
So bene che la sostanza è più importante dell’apparenza eccetera eccetera. Però un bel libro merita anche una bella impaginazione, una bella copertina e magari delle belle foto (ne basterebbero anche molte meno, care amici e amiche della Leche league). Qui la grafica sembra fatta “dall’amico mio che sa usare il computer “ e le foto “da quell’altro amico mio che c’ha la macchina fotografica bella e la moglie che allatta i figli in tandem”. Per intenderci.
Se poi vi capitasse di sfogliare “genitori di giorno e di notte” di William Sears (altro libro che in realtà consiglio) tenetevi forte.
Un giorno ho mostrato entusiasta i due libri ad un’amica. Lei mi ha fatto gentilmente notare che il mensile “La torre di guardia” dei Testimoni di Geova è graficamente molto più accattivante. Questo me l’ha detto dopo aver esclamato “ma che roba è?”.
Quindi cari amici della Leche league, forse effettivamente sono io che esagero. Lo so che i costi di queste cose sono sempre molto alti e che ci sono cose ben più urgenti nelle quali investire i soldi. Però, dai, pensateci su. Al massimo fate qualcosa di neutro. Ce l’avrete un amico che sa usare bene il computer, no?
P.s. Questo post è nato dopo aver ricevuto l’ultima corrispondenza da parte della Leche league
P.s 2 Appena ho finito di scrivere questo post mi hanno suonato alla porta. Era Oronzo, che in un perfetto italiano, volevo parlarmi della Bibbia. Non scherzo. Nemmeno sul fatto che si chiamasse Oronzo.
venerdì 10 maggio 2013
Malanni
Non scrivo da un po', ma vi assicuro che ho la scusa pronta. E vi assicuro che sono giorni che cerco di scrivere qualcosa. Senza successo.
Che i bambini si ammalino spesso, è cosa risaputa. Certo che non pensavo capitasse proprio così spesso.
Siamo da poco scampati alla varicella ed eccoci di nuovo qui, io, lui e la primavera fuori dalla finestra. Sto per scrivere un altro post sulle malattie? Avete fatto centro.
Non mi dilungherò molto sulla sintomatologia, vi dico solo che qui c'è tanta febbre, tanti pianti e patemi d'animo (della mamma, del papà e del povero e dolorante bebito). Sto passando i pomeriggi con il bebito spalmato addosso, tipo pelle d'orso o, meglio, tipo koala. Anche quando vado in bagno.
Lunedì prendo appuntamento dal pediatra, insospettita dal fatto che il bebito, oltre ad avere la febbre alta, è molto sonnolento e si tocca le orecchie. Mi sento un po' scema quando al telefono dico "vorrei venire perché mi sembra che dorma un po' troppo". Mi fissano l'appuntamento per il giorno stesso e mi comunicano che il pediatra che l'ha visitato l'ultima volta, non c'è. La notizia mi tira su un po' il morale (il medico in questione è uno che ti liquida in 5 minuti anche con la lebbra, ha novant'anni e i capelli tinti).
Che i bambini si ammalino spesso, è cosa risaputa. Certo che non pensavo capitasse proprio così spesso.
Siamo da poco scampati alla varicella ed eccoci di nuovo qui, io, lui e la primavera fuori dalla finestra. Sto per scrivere un altro post sulle malattie? Avete fatto centro.
Non mi dilungherò molto sulla sintomatologia, vi dico solo che qui c'è tanta febbre, tanti pianti e patemi d'animo (della mamma, del papà e del povero e dolorante bebito). Sto passando i pomeriggi con il bebito spalmato addosso, tipo pelle d'orso o, meglio, tipo koala. Anche quando vado in bagno.
Lunedì prendo appuntamento dal pediatra, insospettita dal fatto che il bebito, oltre ad avere la febbre alta, è molto sonnolento e si tocca le orecchie. Mi sento un po' scema quando al telefono dico "vorrei venire perché mi sembra che dorma un po' troppo". Mi fissano l'appuntamento per il giorno stesso e mi comunicano che il pediatra che l'ha visitato l'ultima volta, non c'è. La notizia mi tira su un po' il morale (il medico in questione è uno che ti liquida in 5 minuti anche con la lebbra, ha novant'anni e i capelli tinti).
lunedì 29 aprile 2013
Vita spericolata
Giusto l'altro giorno stavo ascoltando la radio, cosa che faccio assai raramente. Il cielo era grigrio, il bebito malaticcio, io avevo le occhiaie scavate con la scavatrice e un sonno primordiale.
Alla radio passava vita spericolata di Vasco Rossi. E ho pensato, che botta di vita! Questa vita è spericolata davvero.
Così mi è venuto in mente quello spot anni '90 della Chicco. Ve lo ricordate? No? Ecco qui, giusto per rinfrescarvi la memoria.
Avete osservato bene lo spot? Tutto inizia con la simpatica nonnina con pappa sull'occhiale, poi si passa ai vari papà in stile "tre scapoli e un bebé", poi sempre il papà con il biberon in mano in preda a vicissitudini notturne, la mamma che fa la fotografa di moda e il figlio le butta il succo sulle foto, il papà che passeggia per far dormire la creatura mentre la mamma lavora al computer.
Era il 1995, il pantoloncini sgargianti da ciclista andavano per la maggiore, io usavo dei nastri per capelli colorati, bracialettini di plastica e morivo dalla voglia di sapere quale regalo era in allegato al Cioè della settimana. Il poster dei Take That capeggiava nella mia stanzetta. Era un'epoca così...non so come dire, spensierata, ecco. Tutti quanti sembravano avere dei grossi occhiali rosa con i quali osservavano il mondo. Credo che i pubblicitari della chicco indossassero gli stessi occhialoni rosa quando, nella loro grande sala riunioni, si devono essere detti: "si facciamolo così lo spot, il papà che mette a letto i bambini, la donna in carriera che è anche mamma, dai, si che roba young, fresh, attuale, cool!". In effetti il risultato è divertente, così yuppi che ad un certo punto hai paura che la mamma con il computer cacci fuori un cellulare gigante alla Gekko.
E vabbé, si sa che la pubblicità raramente è veritiera. Però io lo spot me lo ricordo bene e mi ricordo anche che lo guardavo credendoci veramente, con i miei occhiali rosa ben fissi sul naso. E naturalmente me lo ricordavo ben diverso, molto ma molto meno stereotipato.
Dopo aver cercato la pubblicità chicco su youtube mi è capitato di rivedere due spot che hanno segnato la mia infanzia: la réclame del "cristal ball" e quella della "fabbrica dei mostri". La prima cosa che mi è venuta in mente è: ma chi comprerebbe mai tali schifezze ai figlioli? come minimo contengono orribili chimicate pronte a bloccare la crescita! Eppure le compravamo ugualmente e il problema chimicata non ci sfiorava minimamente. Era un'epoca così, si consumava, si credeve alla TV, era tutto leggero e spensierato, si credeva veramente agli stereotipi dei giovani in carriera, alla famiglia della barilla, al giralamoda e alle ville di polly pocket con piscina annessa. Guardavamo la TV per ore e nessuno sembrava preoccuparsene, mangiavamo una schifezza frizzante dal nome "Tiki" senza pensare di morirne sul colpo. Eravamo un po' rincoglioniti, ecco.
Non so se tutti indossassero gli occhiali rosa o se il rosa sia stato semplicemente il colore della nostra dolce e spensierata adolescenza. Mah!
Sta anche di fatto, però, che quando si inizia a guardarsi indietro, vuol dire che si sta invecchiando per davvero.
Oh cacchio.
Alla radio passava vita spericolata di Vasco Rossi. E ho pensato, che botta di vita! Questa vita è spericolata davvero.
Così mi è venuto in mente quello spot anni '90 della Chicco. Ve lo ricordate? No? Ecco qui, giusto per rinfrescarvi la memoria.
Avete osservato bene lo spot? Tutto inizia con la simpatica nonnina con pappa sull'occhiale, poi si passa ai vari papà in stile "tre scapoli e un bebé", poi sempre il papà con il biberon in mano in preda a vicissitudini notturne, la mamma che fa la fotografa di moda e il figlio le butta il succo sulle foto, il papà che passeggia per far dormire la creatura mentre la mamma lavora al computer.
Era il 1995, il pantoloncini sgargianti da ciclista andavano per la maggiore, io usavo dei nastri per capelli colorati, bracialettini di plastica e morivo dalla voglia di sapere quale regalo era in allegato al Cioè della settimana. Il poster dei Take That capeggiava nella mia stanzetta. Era un'epoca così...non so come dire, spensierata, ecco. Tutti quanti sembravano avere dei grossi occhiali rosa con i quali osservavano il mondo. Credo che i pubblicitari della chicco indossassero gli stessi occhialoni rosa quando, nella loro grande sala riunioni, si devono essere detti: "si facciamolo così lo spot, il papà che mette a letto i bambini, la donna in carriera che è anche mamma, dai, si che roba young, fresh, attuale, cool!". In effetti il risultato è divertente, così yuppi che ad un certo punto hai paura che la mamma con il computer cacci fuori un cellulare gigante alla Gekko.
E vabbé, si sa che la pubblicità raramente è veritiera. Però io lo spot me lo ricordo bene e mi ricordo anche che lo guardavo credendoci veramente, con i miei occhiali rosa ben fissi sul naso. E naturalmente me lo ricordavo ben diverso, molto ma molto meno stereotipato.
Dopo aver cercato la pubblicità chicco su youtube mi è capitato di rivedere due spot che hanno segnato la mia infanzia: la réclame del "cristal ball" e quella della "fabbrica dei mostri". La prima cosa che mi è venuta in mente è: ma chi comprerebbe mai tali schifezze ai figlioli? come minimo contengono orribili chimicate pronte a bloccare la crescita! Eppure le compravamo ugualmente e il problema chimicata non ci sfiorava minimamente. Era un'epoca così, si consumava, si credeve alla TV, era tutto leggero e spensierato, si credeva veramente agli stereotipi dei giovani in carriera, alla famiglia della barilla, al giralamoda e alle ville di polly pocket con piscina annessa. Guardavamo la TV per ore e nessuno sembrava preoccuparsene, mangiavamo una schifezza frizzante dal nome "Tiki" senza pensare di morirne sul colpo. Eravamo un po' rincoglioniti, ecco.
Non so se tutti indossassero gli occhiali rosa o se il rosa sia stato semplicemente il colore della nostra dolce e spensierata adolescenza. Mah!
Sta anche di fatto, però, che quando si inizia a guardarsi indietro, vuol dire che si sta invecchiando per davvero.
Oh cacchio.
lunedì 22 aprile 2013
L'atroce dubbio
Questi ultimi giorni
non sono stati tanto facili. Febbre, varicella, stanchezza, notti
insonni e poi ancora il lavoro, la casa, le cose.
Ed è proprio negli
ultimi giorni che si è insinuato in me “l’atroce dubbio”,
quello che ti fa pensare che hai sbagliato tutto, che stai sbagliando
tutto, che è tutto un casino e tu ne sei responsabile. L’atroce
dubbio è una gran brutta cosa, perché ti toglie anche quel poco
sonno che ti è rimasto. L’atroce dubbio ti fa sentire una fallita
totale e ti fa anche venire la luna di traverso.
Com'è arrivato,
l'atroce dubbio?
venerdì 19 aprile 2013
Contagion
![]() |
| "Dimmi un po', ti starà mica venendo la varicella??" |
Così, quando lunedì mattina ci siamo alzati dal letto, non ho dato troppo peso alle pustole che il bebito aveva sulla testa. C'è da dire, in mia difesa, che qualche settimana fa siamo caduti vittime della temibile "sudamina", che in pratica non sarebbe niente di che, solamente delle macchioline rosse che si formano in zona pannolino a causa del sudore; è bastato lasciare il bebito con il culo al vento per un paio di sere per risolvere la situazione.
Lunedì in effetti le macchioline erano un po' più grandicelle ed anche un po' più pustolone. Il bebito era anche nervosetto, ma si sa che il lunedì è lunedì per tutti. Sto per mettergli la giacca per portarlo al nido, quando noto delle macchioline anche sulla nuca, mi insospettisco, lo spoglio e gli misuro la febbre. Niente febbre, "vabbé dai non è niente". Lo rivesto, lo porto nel bosco e vado in ufficio.
Arrivata in ufficio, casualmente una mia collega mi chiede come va il bebito. Io le dico "bene, a parte che stamattina aveva delle strane macchioline sulla testa" e lei " e sul collo, magari?" e io "si, in effetti" e lei "guarda che potrebbe essere Windpocken (lo scrivo in tedesco, perché la conversazione si è svolta in tedesco". E che sarà mai sto Windpocken? è grave? "no, no" dice lei "è una cosa che hanno tutti i bambini, ma se se ne accorgono al nido ti chiamano subito" e me lo dice in un modo così rilassato che io penso sia una cosa tipo la sopracitata sudamina.
Accendo il computer e scrivo "Windpocken" nel dizionario on-line. E appare, ammiccante, la parola varicella.
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